E un altro anno se ne va

Dicembre è stato un mese disastroso, passato velocissimo eppure lentissimo. Come sapete Maman Poule vive seguendo i ritmi di Eric che, in quest’ultimo mese dell’anno, sono stati peggio di un cuore in piena fibrillazione atriale: streptococco in gola per ben due volte nel giro di 2 settimane con relativa cura di antibiotico e adesso, per chiudere in bellezza il mese nonché l’anno, una bella influenza. Non c’è che dire, un record. Nemmeno al nido si era ammalato così tanto.

Inutile ammettere che sono esausta, stanca, sfiduciata. Mi sembra di aver vissuto praticamente sempre in casa a vedere la vita trascorrere affacciata alla finestra del soggiorno, ed effettivamente è stato così dato che Eric  il naso fuori lo ha messo davvero poco, complice anche le temperature glaciali ed il tempo da lupi.

Mi direte, sai che novità, pure noi siamo messe come te e so che avreste ragione da vendere, ma quest’anno, questo mese, questi giorni, mi hanno fatto calare un velo grigio su tutto. Sul Natale, sulle feste in famiglia, pure sul mio decimo anniversario di nozze, il 28 dicembre scorso, passato in casa con Eric febbricitante e marito stanco morto a causa del lavoro.

Non lo so, mi sembra che tutto sia andato all’opposto di come avevo sperato e che la vita si sia presa gioco di me come mai aveva fatto prima d’ora. Il 2016 è trascorso in fretta e le emozioni altrettanto. C’erano progetti che avevo in mente che si sono arenati miseramente, richieste di aiuto che si sono perse nel vuoto e prese di coscienza della realtà che non hanno fatto altro che lasciarmi l’amaro in bocca.

Ci sono state anche tante cose positive, per carità, come il viaggio in Messico a novembre che ha aperto per me e la mia famiglia nuovi orizzonti di svago che mai prima di allora avevamo preso in considerazione, ma non so perché, in questo preciso momento, in bocca sento solo un retrogusto amaro.

Ma non voglio dilungarmi, sarebbe inutile e dannoso. Diciamo che per questa volta eviterò come la peste di formulare buoni propositi per il nuovo anno, tanto so che nemmeno uno andrà davvero in porto.

Solo una cosa pero’ Maman Poule vuole consigliare a tutte le mamme-donne in ascolto: siate voi stesse, sempre e comunque. Non abbiate paura di mostrarvi come siete veramente e se qualcosa non vi va a genio, ditelo: al diavolo le convenzioni o le buone maniere. Accondiscendere tutti a tutti costi non serve a niente anzi, spesso nuoce gravemente alla salute, soprattutto la vostra.

Accondiscendere se stesse, invece, quello si’ che fa davvero bene e se noi per prime stiamo bene, staranno bene anche tutti coloro che fanno parte della nostra vita.

Pertanto, guardatevi allo specchio e strizzate l’occhio a voi stesse: fa bene al cuore mettersi ogni tanto in cima alla lista. Perché noi valiamo, più di quanto possiamo immaginare.

Buon anno a tutte mamme!!!

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Natale allo Streptococco 

Nel periodo delle feste, come da tradizione, impazzano i cine-panettoni: Natale a Londra, Natale ai Caraibi, Natale in Egitto.. 

A casa di Maman Poule invece si proietta, per la gioia di grandi e piccini, Natale allo Streptococco.

E non che gli scorsi natali ci fossimo fatti mancare altre splendide anteprime come Natale alla Gastroenterite, Capodanno al Vomito e Befana alla Mani-Piedi-Bocca.

Quest’anno, però, tocca a lui, allo Streptococco, mattatore indiscusso delle feste 2016, attore da Oscar, Golden Globe e Pernacchie d’Oro che per ben 2 volte nel giro di 20 giorni ha deciso di girare il suo nuovo film dentro la gola di mio figlio.

Una pacchia per tutta la famiglia che, come se non bastasse, deve andare in trasferta in Italia portandosi appresso tutto l’arsenale farmaceutico messo a punto dal pediatra: antibiotico, probiotico, antidolorifico, anti-sfiga, pardon, anti-diarrea e chi più ne ha più ne metta.

Da vero attore consumato lo Streptococco si installa nella cavità orale di tuo figlio, iniziando la sua interpretazione magistrale con febbre a 39, brividi, malessere e magari un poco di vomito.

Prosegue poi la performance con dolore allucinante alla gola, rossore diffuso a tutto al palato e lingua che sembra quella di Fantozzi dopo che si è mangiato il dannatissimo pomodorino incandescente alla cena della contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare.

Il tutto condito da irrequietezza, agitazioni, pianti interminabili e cozzite acuta del pupo che non vuole essere lasciato solo nemmeno per un nanosecondo, pena scenate e urla che neanche la bambina dell’Esorcista sarebbe stata in grado di mettere in atto.

Inevitabile la visita dal pediatra di cui mio figlio ormai è un habitué, tanto che nell’ambulatorio Eric si muove con nonchalanche manco fosse in un resort a cinque stelle .

Altrettanto inevitabile il tampone oro-faringeo, ovvero il simpatico mega cottonfioc che il medico inserisce con grazia nella bocca del bimbo provocando sempre un conato di vomito vuoto che tanto spaventa Maman Poule ma che si risolve per fortuna in un nulla di fatto.

E a questo punto arriva la tanto agognata prognosi: dieci giorni di antibiotico. Mister Streptococco ha fatto il suo sporco lavoro, anche se adesso è ora che faccia le valige.

Resta ancora un ultimo amletico dubbio per Maman Poule: accetterà Eric di introdurre nella sua sacra bocca, tre volte al giorno per una decade, il liquido bianco che sa vagamente di arancia?

Col cucchiaino manco per idea, il rischio è che finisca tutto sputato sui muri come un quadro di Pollock. Ecco allora spuntare l’ipotesi della siringa vuota e privata dell’ago.

Con manovre astute che potrebbero far valere a qualsiasi mamma il premio come miglior attrice dell’anno, si cerca di distrarre il pupo per poi, a tradimento infilargli la pipetta in bocca. 

A quel punto ormai è troppo tardi per sputarla e viene quasi sempre ingerita dalla vittima pur non senza qualche espressione teatrale di schifo.

Dopo due giorni di penitenza di solito Mister Streptococco se ne va terminando così in bellezza la sua performance artistica. Non resta alle mamme che continuate la cura antibiotica sperando che per almeno un annetto il brutto ceffo non si ripresenti più.

Insomma, lo avrete capito, Natale allo Streptococco rischia davvero di fare il botto al botteghino quest’anno, altro che Cristian De Sica! 

Di sicuro il botto lo ha fatto su di me con notti semi-insonni e giornate all’insegna del pianto. 

E speriamo che il peggio sia passato. Male che vada, date le mie notti bianche e non di neve, starò sveglia per vedere se viene davvero   Babbo Natale e chiedergli così un regalo personale: viaggio di sola andata ai Caraibi.. altro che cinepanettone!!

Il rituale del mattino 

Alzi la mano chi, tra voi, passando in rassegna ai vari account di mamme sui social non si è mai imbattuta in foto mattutine di case perfette, tavole riccamente imbandite per la colazione e bambini che, vestiti come piccoli lord, consumano composti e sorridenti il loro latte e biscotti prima di recarsi, entusiasti, a scuola/asilo. 

Ebbene, sappiate che a casa mia NON È ASSOLUTAMENTE COSÌ.

La sveglia da me suona alle 7 sul cellulare di mio marito. Melodia amena quanto fastidiosa poiché ti annuncia, senza diritto di replica, che devi separarti dal tuo letto caldo e cercare di ricomporti per non sembrare uno zombie di michaeljaksiana memoria.

Appena lasciato il talamo ci si dirige in trance verso il bagno, non prima di aver sollevato le tapparelle e guardato fuori dalla finestra: buio, freddo, nebbia, auto glassate di ghiaccio e chissà, forse pure lupi famelici nascosti dietro le poubelles del cortile.

Ci si lava e ci si veste, dopodiché, almeno per me, resta da fare la cosa più temuta di tutto il mattino: svegliare la belva, pardon, mio figlio Eric.

Ricordate il detto “la sera leoni, la mattina c….”? Ebbene, questo è proprio Eric. La sera salta fino almeno alle 22 come un tarantolato sul divano del salotto, mosso come una menade da melodie metallare, sudando 7 camice e rischiando la vita, sua e del cane che è sempre dove non dovrebbe essere, ogni 30 secondi, mentre al mattino nemmeno le bombe a mano riuscirebbero a svegliarlo.

Per cercare di staccarlo, si fa per dire, dalle braccia di Morfeo occorre mettere in atto tutta una serie di manovre che manco l’ammiraglio Nelson in piena battaglia riusciva ad inanellare.

Per prima cosa mettere in funzione a volume sostenuto la televisione in soggiorno sintonizzandola, ça va sans dire, su RaiYoyo, nella fattispecie Peppa Pig. Seconda, accendere la luce in corridoio perché quella diretta della camerina potrebbe farlo arrabbiare come il toro che vede il mantello rosso durante la corrida. Terza, parlargli in tono dolce e mellifluo, stile sirene dell’Odissea, per rendere il distacco dal suo letto il meno doloroso possibile.

Se queste tre mosse hanno successo, ma non sempre è così, il piccolo leone accetterà di aggrapparsi a mamma in stile cozza e farsi portare di peso in bagno per fare pipì. Qui, tra un pianto e l’altro espleterà il suo bisogno per poi ritornare ad abbarbicarsi a mamma.

Tappa successiva l’ingresso in soggiorno dove, una volta accesa la luce comparirà la sagoma del cane il quale, pur in stato di morte apparente nella sua cuccia sotto il termosifone, alzerà un sopracciglio in segno di estremo disprezzo per quel faro abbagliante che disturba il suo sacro sonno.

Qui inizierà la vestizione di Eric, fatta di peso come se stessi abbigliando il Cicciobello, solo che quest’ultimo almeno starebbe zitto, per poi, sempre rimanendo saldamente incollato a mamma – che nel frattempo dovrebbe rifare la doccia poiché sudata come dopo essere uscita da una sauna norvegese – bere un poco di latte RIGOROSAMENTE freddo di frigo e servito nel biberon di quando era bebè. 

E badate bene, in mezzo a tutto ciò la mamma deve trovare il tempo almeno di trangugiare un espresso al volo e preparare la merenda che poi il pupo mangerà a scuola e che dovrà essere naturale e non preconfezionata sennò i teutonici insegnanti del Precoce te la rispediranno al mittente con tanto di post-it minatorio incollato sulla boîte à déjeuner di tuo figlio.

Finito il latte di solito si è già fatto tardissimo- e meno male che la scuola è a due passi – quindi ci si divincola dal figlio/cozza che non gradendo per nulla l’iniziativa inizia a frignare e facendo lo slalom tra i pezzi di pigiama abbandonati sul pavimento, si raggiungono i giubbotti e le scarpe, ultimo baluardo nonché sfida prima della tanto agognata uscita di casa.

Alla fine, come Fantozzi che cerca di prendere il bus al volo, si esce finalmente alla volta della scuola, avvolti dalla nebbia come nel mistero di Sleepy Hollow. 

Una volta depositato Eric a scuola si tira finalmente il fiato, pronti per una nuova giornata (da incubo).  

Se dovessi documentare con una foto social il mio rituale del mattino? Beh, non lo farei certo con una tavola imbandita di ogni ben di Dio, ma forse fotograferei le mie ascelle pezzate: non sarebbero fashion ma renderebbero davvero l’idea!

Educazione nordica

Da piccola sono stata una bambina piuttosto cagionevole di salute, o almeno questa era la convinzione nonché lo spauracchio di mia mamma. Quindi, se mi aveste incontrato per strada in una qualsiasi giornata che andava da ottobre a maggio, avreste avuto l’impressione di avere a che fare di più con un palombaro che con una bambina.

Strati e strati di vestiti ricoprivano la mia persona, doppi collant di lana (mia madre aveva il complesso delle gambe magre e così facendo, pur essendo sollevata lei, mi faceva apparire come una cellulitica 50enne a soli 3 anni..), passamontagna in stile banda della Magliana, guanti, sciarpa e scarpe accollate. Stivali no, alla fine degli anni ’70 non usavano sui bambini, ma c’erano le Primigi a collo alto che saranno anche state comode, io non ricordo, ma sembravano scarpe correttive pur non essendole per nulla.

A tutto cio’ si aggiungevano passeggiate solo nelle ore più calde della giornata rigorosamente senza correre, saltare o giocare con un po’ più di vigore del solito, poiché la maledizione delle maledizioni, l’incubo ricorrente di mamma, nonni e parenti tutti era IL SUDORE. Foriero di malattie inenarrabili, era la catastrofe più temibile in casa mia, come nemmeno l’invasione delle cavallette nell’Antico Testamento poteva essere stata o le 7 piaghe d’Egitto. Va da sè che se pioveva, nevicava o c’era anche solo una bava di vento, da casa non si usciva.

Direte voi, cosi’ facendo non ti ammalavi mai, ed effettivamente avreste pure avuto ragione, considerato che non avevo praticamente una vita sociale. Figlia unica, nipote unica, zero asilo e scuola materna, ero costantemente al riparo da influenze e simili, pur prendendo di quando in quando raffreddori o tossi (piu’ la simpatica pertosse che mi attacco’ un piccolo vicino di casa di mia nonna all’età di 8 mesi).

Il vero abisso arrivo’ con la mia iscrizione alla scuola elementare: il primo anno fu un disastro, un’apocalisse di febbri, tossi, nasi colanti, vomiti che manco l’Esorcista, antibiotici come se piovesse e tante, tantissime assenze, al punto che a fine anno gli insegnanti erano indecisi se promuovermi alla seconda classe oppure no. Alla fine lo fecero ugualmente dato che avevo comunque raggiunto tutti gli obiettivi richiesti, ma imposero ai miei genitori una frequenza più assidua l’anno successivo.

Insomma, per farla breve, un’infanzia passata cosi’, sotto una campana di vetro anti-sfondamento ed anti-proiettile, mi ha lasciato dei segni indelebili nella memoria e tante piccole paure che si sono rifatte vive tutte d’un colpo quando mamma la sono diventata mia volta. Con un’aggravante in piu’ pero’: l’abitare a Lussemburgo, paese dove per quasi 10 mesi l’anno piove e fa decisamente freddino. Senza contare che il pupo è pure nato a gennaio, nel cuore dell’inverno nordico.

Diciamo che a rompere il tabu’ freddo ci ha pensato proprio Eric fin da subito: a casa piangeva e strillava come un’aquila, nel passeggino, all’interno della sua navicella, dormiva come un angioletto. Ora, per salvaguardare la mia sanità mentale e non perdere pesantemente il lume della ragione, pur essendoci la neve fuori e il gelo più assoluto, io uscivo e facevo lunghe passeggiate con l’aiuto, si fa per dire , del mio cane Layla.

Certo il piccolo lo coprivo bene, ma non mi scoraggiava il freddo. E infatti Eric non si è mai ammalato, almeno fino al compimento dei suoi 6 mesi di vita, ma questo non per colpa del freddo, bensi’ per la sua entrata all’asilo nido, vero e proprio bacino artificiale di malattie e morbi che io, in tutta la mia vita, nemmeno avevo mai sentito nominare. 

Ma il vero salto nel vuoto, l’autentico distacco da tutte le menate pseudo-mediche della mia infanzia, c’è stato quest’anno con la frequentazione di mio figlio all’Education Precoce, primo step del sistema scolastico lussemburghese.

Pragmatici e con teutonica perizia gli insegnanti appena il tempo lo permette, il che significa che per non uscire dovrebbe arrivare uno tzunami direttamente dal Mare del Nord, fanno stare i bambini nel cortile a giocare ma soprattutto, due volte al mese cascasse il mondo, fanno la gita nel bosco.

Questa cosa ai miei tempi avrebbe fatto sbiancare istantaneamente i capelli a mia mamma la quale si sarebbe messa a vaticinare sciagure inenarrabili dovute al sudore che, inevitabilmente avrei prodotto e che, altrettanto feralmente, avrebbe avuto su di  me effetti devastanti.

Ammetto che una certa apprensione questa pratica la mette anche a me, soprattutto quando fuori spioviggina o, peggio, fa -4, ma fin’ora, toccando ferro, di disgrazie non ne sono accadute e mio figlio si diverte come un matto, anche se poi mi torna a casa coperto di foglie e fango come un cane da caccia. Insomma, di malattie ne ha prese pure qui al Precoce, ma mai in conseguenza delle gite del bosco o ai giochi in cortile, bensi’ perché qualche compagnuccio gli ha amabilmente starnutito in faccia o sbavato su una mano.

D’altronde non è forse in Norvegia la pratica del far dormire i pupi nei loro passeggini fuori casa, pure se è in corso un tormenta di neve? E’ forse mai morto nessuno? Certo si fornisce loro un adeguato vestiario che in pratica corrisponde a quello che io, a pari età, utilizzavo nel mese di giugno quando al mare faceva un po’ freschetto, ma il freddo qui a Lussemburgo si impara a conoscerlo e ad affrontarlo fin da subito col sorriso sulle labbra e con stoica determinazione.

Quindi, educazione nordica VS maglietta della salute di italica memoria 2-0 palla al centro. E cara mamma fattene una ragione, il sudore non ha mai ammazzato nessuno, tranne quando sali sul bus d’estate in mezzo a 50 persone un tantino accaldate.

 

Bene, che dire, ora vado a recuperare Eric di ritorno dalla sua gita nel bosco e speriamo che domani non abbia 40 di febbre…

Buon viaggio Wondy

Alla fine Francesca se n’è andata. Ha perso la sua lunga guerra contro quel gran bastardo del cancro.

Ha perso, è vero, ma ha vinto anche tante battaglie, prima fra tutte quella contro il senso d’impotenza che questa dannata malattia mette addosso alle persone che la subiscono e ai loro familiari.

Wondy – così si voleva far chiamare Francesca Del Rosso, giornalista e scrittrice 42enne –  nel fiore dei suoi anni, della sua carriera lavorativa e della sua vita di donna e madre (aveva 2 figli piccoli), scopre di avere un tumore al seno.

Quei “sassolini”, così li chiamava nel suo libro “Wondy, ovvero come si diventa supereroi per guarire dal cancro” , una volta palesati l’hanno fatta tremare, piangere, arrabbiare, ma l’hanno anche spinta a reagire, a guardare avanti, a lottare per salvare sé stessa e continuare a dare una madre ai suoi figli ed una moglie al suo Ken (il marito, il giornalista di Radio24 Alessandro Milan).

Francesca fin dal primo momento ha deciso di lottare, di ridere in faccia a quel vigliacco del cancro, di affrontare cure massacranti sempre col sorriso sulle labbra, abbandonandosi a volte alle lacrime, alla tristezza, ma sempre con la consapevolezza che se mai il “bastardo” avesse vinto su di lei, comunque non lo avrebbe fatto con tanta facilità.

Il lungo cammino di cura che l’ha portata per ben due volte a rivalersi sul cancro lei l’ha descritto in un libro bellissimo, Wondy appunto, che io ho letto in un momento molto delicato della mia vita e che proprio per il suo stile spumeggiante, ironico, profondo e vaporoso allo stesso tempo pur trattando l’argomento piu’ spaventoso ci possa essere nella vita di un essere umano, mi ha aiutata a superare paure, delusioni e voglia infinita di gettare la spugna.

Perché lei, Francesca, la Wonder Woman per eccellenza, la spugna non l’ha mai gettata, neanche quando i suoi bei capelli biondi non c’erano piu’ e doveva restare lontana dai suoi bambini perchè avrebbero potuto farla andare in terapia intensiva anche solo per un banale raffreddore.

La spugna non l’ha gettata neanche quando le hanno detto che geneticamente il male che in quel momento imbrattava i suoi seni si sarebbe spinto anche oltre, arrivando alle ovaie. Come Angelina Jolie non ci ha pensato due volte e si è fatta operare, per asportare quelle che di li’ a poco sarebbero diventate proprietà del “bastardo”.

Non si è arresa Francesca, mai, ma ha continuato a lavorare, a scrivere, a vedere le sue amiche del cuore, a mettersi il rossetto rosso fuoco di Chanel sulle labbra, a bere, quando possibile, i suoi adorati mojito e a viaggiare per il mondo, quel mondo che lei amava tanto.

Forse in cuor suo sapeva che non ce l’avrebbe fatta fino in fondo, perchè il “bastardo” è forte, dannatamente forte, ma di una cosa era sicura: il sorriso, no, non gliel’avrebbe mai portato via.

I figli, quelli si che l’hanno fatta soffrire. L’idea di non poterli vedere crescere, l’enorme senso di colpa di doverli lasciare soli, di non poter continuare ad abbracciarli, baciarli, sgridarli, un dolore enorme che pero’ l’ha spinta diventare Wondy, un supereroe, un supereroe di tutti i giorni, capace di lottare con tutte le armi a disposizione, compresa quella feroce dell’ironia, per guarire dal cancro.

Francesca poi ha fatto anche di piu’: ha insegnato ai suoi lettori a crederci sempre, a non arrendersi nemmeno di fronte alle montagne piu’ alte, perchè se si vuole, tutti possiamo diventare supereroi e vincere le nostre battaglie.

Una battaglia pero’non è la guerra e quella, direte voi, il suo nemico l’ha vinta. E’ vero, il cancro ha rubato Francesca ai suoi figli, a suo marito e alla sua famiglia, ma non è riuscito a distruggere Wondy e la sua contagiosa ed inesauribile voglia di vivere.

Ecco perchè mi sento di dire questo: grazie Francesca per la testimonianza che ci hai lasciato, personalmente ti ammiro tantissimo e spero di avere anche solo una briciola della tua determinazione e della tua leggerezza. Ora fai buon viaggio Wondy e spiega finalmente il tuo scintillante mantello rosso.

 

Francesca Del Rosso era giornalista, scrittrice e blogger. Riporto qui sotto i titoli di alcuni suoi libri, nel caso qualcuno volesse conoscere la sua penna vivace e profonda o desiderasse fare un gradito regalo di Natale.

 

La vita è un cactus, in collaborazione con Alessandra Tedesco, Sonzogno Editore

Dizionario Bilingue Italiano-Bambinese/Bambinese-Italiano, in collborazione con Daria Polledri, Mondadori

Mia figlia è una iena, Mondadori

Wondy, ovvero come diventare supereroi per guarire dal cancro, Rizzoli

I mini vademecum di Wondy, Mondadori

Breve storia di due amiche per sempre, Mondadori

 

Per chi poi volesse anche vederla in prima persona, consiglio la bella intervista televisiva fatta da Daria Bignardi a “Le Invasioni Barbariche” il 14 febbraio 2014, disponibile su YouTube o sul sito web di La7.

 

 

 

L’eternità in una pietra

Semplice eppure grandioso. Puro come nessun’altra cosa al mondo. Unico ed inimitabile. Elegante e altero, trasparente come l’acqua, freddo ma capace di scaldare ogni cuore. Ogni cuore innamorato. 

No, non è una persona, è una pietra: il diamante. Adoro i diamanti, ma non come faceva Marilyn. Li amo perché sono luce pura, bellezza ed eleganza fusi insieme. Sono promesse che si mettono al dito, al collo, alle orecchie, sono l’eternità di un sentimento riassunto in un istante. 

Non per nulla lo si regala alla donna amata, a colei con la quale si vorrà  passare la propria vita.

Non c’è nulla che riempia più gli occhi della sua luce, luce di stella cometa, luce che illumina il buio di certi pensieri. 

A buon mercato certo non è, tante sono le imitazioni, ma solo l’originale ha in sè quella forza così profonda da tagliare il vetro come fosse burro. 

Non è necessario esagerare, anche il più piccolo di essi riempirà di luce ogni cosa. 

Regalate diamanti a Natale, ma solo a chi amate davvero, perché il diamante è un amuleto e guai a spezzare la sua promessa d’eternità . 

50 sfumature di giallo

50 sfumature di giallo, forse anche qualcuna in più: questa è la mia terra, la mia campagna, la campagna piacentina.

Dopo anni di verde abbagliante vedere il giallo dei campi d’agosto è quasi un’emozione. La pioggia cade timida d’estate nella pianura e i campi di grano maturano in fretta.

Gli alberi sulle colline sono tozzi e robusti come cavalli da tiro, ricoperti di frutti succosi e caldi di sole: prugne, fichi, pere e gelsi.

In sottofondo il rumore dei trattori a cingolo, delle cicale e dei passerotti.

 E poi lo strusciare delle lucertole nell’erba secca, le file di formiche nere ai lati delle case e le farfalle bianche posate sui papaveri.

La campagna piacentina profuma, profuma di pomodori maturi, di prugne gialle e di fumo di sterpaglie bruciate. 

Ma sa anche di menta selvatica, di fieno e di terra smossa. 

Se la guardi dall’altro è una coperta patchworck sui toni dell’arancione e del marrone, punteggiata qua e là da torri di vecchie chiese e castelli e da torrenti sassosi prosciugati dal sole.

È bella la mia campagna, ma di una bellezza semplice, rustica, pulita, una bellezza che esce dal lavoro dei campi e dal sudore dei contadini. 

50 sfumature di giallo, il colore del sole, il colore della vita, che pure durante i temporali non perde la sua bellezza ma brilla come tirata a lucido da mani sapienti.

Guardo dalla finestra aperta la magia della natura e me ne riempio gli occhi e il cuore.

 In un attimo sarà inverno e questo giallo so che saprà scaldarmi il cuore come un fuoco dentro al camino.